APPROFONDIMENTO DI Maria Iannuzzi

Sonia Antinori, grazie alla sua personale e originale ricerca linguistica – per molti anni nutrita di cultura tedesca – si è ricavata un posto unico nel panorama teatrale italiano. La tensione della sua drammaturgia nasce e si sviluppa su due piani: quello linguistico – con un continuo affinamento di segni e immagini – e quello dell’introspezione. La necessità di indagare i rapporti fra gli individui alimenta la sua invenzione teatrale e costituisce il legante di situazioni ed ambienti spesso lontani fra loro, sempre restituiti attraverso un’ampia varietà di registri e di toni.

Fading To Black, ovvero un’analisi critica del teatro in Italia: i rapporti con la politica (Fading), con la società (To), con l’arte (Black). Fading to Black, come si legge nei materiali testuali che accompagnano il play è anche un augurio: che la dissolvenza sia in nero, che le cose possano arrivare a una conclusione, che la fine consenta un nuovo inizio. Il che equivale a dire che il potere, i soldi, i ruoli, le forme nel mondo del teatro italiano (o in generale nel sistema Italia) sono sottoposti a una continua metamorfosi, che allude al cambiamento pur senza realizzarlo e vanifica così ogni tentativo di vivificare un organismo in avanzato stato di decadenza. Il lavoro, concepito come una trilogia di dramoletti, strizza l’occhio a Bernard e Copi non solo nella forma. I tre atti unici, oscillando tra la farsa e il vaudeville e nutriti di una vena di follia combinatoria, spingono l’analisi di un mondo fino a ridurne l’essenza a tema da commedia dell’arte, inanellandosi l’uno nell’altro per arrivare alla finale ecatombe simbolica.

La prima parte del testo, Fading, si divide in tre quadri, ambientati rispettivamente in un salone di bellezza, nell’ufficio di un ente teatrale, in una sala da conferenza stampa. Il primo quadro – con il negozio di parrucchiere, i suoi riti, gli unguenti per sanare le “ferite” – apre subito uno squarcio percettivo, presentando una situazione come se fosse realistica e svelandone soltanto dopo la natura onirica, con il risultato di produrre fin dall’inizio una moltiplicazione dei piani di realtà. Qui il senso dell’astratto è accentuato da una conversazione che parte da toni apparentemente vacui e  sfocia in un tono grottesco per il continuo ricorrere a riferimenti reali, imprescindibili perché “alla moda”. L’ironia, seppur velata da una certa malinconia, pervade anche tutto il secondo quadro: un ufficio in via di smobilitazione in cui i personaggi (I, II, III capo del personale) non costruiscono un vero e proprio dialogo ma piuttosto raccontano attraverso una serie di battute la realtà deformata del sistema politico teatrale italiano, minato dal cancro del clientelismo, immune anche all’arte. Ma l’indice si alza anche contro la concezione mercantile del teatro, con i suoi prodotti immateriali, i circuiti di vendita e il marketing culturale. Il terzo quadro ha per protagonista il neo direttore del suddetto ente teatrale che pur capace di infiammarsi ancora di un sincero entusiasmo, sceglie in tempo reale di aderire ai sentieri che gli sono stati indicati dai suoi predecessori e mentori e finisce per abbandonarsi a un discorso intessuto della più trita retorica per compiacersi narcisisticamente della propria nomina. E’il simbolo di un mondo chiuso e autoreferenziale, strutturalmente incapace di aprirsi alle novità. Fading è una presa di posizione politica dell’autrice, che pur nutrendo le vicende di una certa indeterminatezza, le fa nascere dalla realtà, le fa ispirare a situazioni conosciute e riconoscibili per poi sminuzzarle in una denuncia che l’ironia rende feroce.

To è l’anello centrale della trilogia, quello in cui il nodo si fa più stretto e l’atmosfera greve. I quattro personaggi che per sorteggio si trovano catapultati dal mondo della realtà a quello della rappresentazione sembrano le vittime del portato culturale della società dello spettacolo per cui questi due mondi sono ormai definitivamente rovesciati. Nell’esaltazione che lentamente pervade i quattro al contatto con il regista che li farà attori, essi manifestano l’illusione che la stessa esistenza possa essere legittimata  solo attraverso la dimensione pubblica, senza accorgersi che la realtà davanti ai loro occhi è in continuo mutamento. In un mondo fatto di simboli gli uomini non si distinguono più in base al loro valore, al pensiero, alle abilità, ma in base alle funzioni che ricoprono, alla simbologia che sono chiamati a incarnare. E se nel primo testo la corruzione delle coscienze coinvolge la sfera politica e sociale e investe coloro che del meccanismo sono i principali attori, qui la macchia, espressa nella malattia del regista (una sorta di Minotauro che si ciba delle sue vittime) dilaga nella psiche e perverte la massa. Una massa costituita da figure che non osano opporre resistenza, perché non conoscono il senso della critica e della partecipazione. To è un quadro unico in cui assume forte consapevolezza il riflesso funereo di questo gioco; è un viaggio nel “nero”, un luttuoso percorso nel vuoto, segnato dall’incomunicabilità e da una solitudine, che niente, nemmeno il sesso, riesce a colmare.

Ma è in Black, che il viaggio culmina, là dove la concezione autoreferenziale dell’arte e la patologia dell’individualismo trovano in una barocca celebrazione della morte il loro epilogo naturale. Qui una hybris tutta contemporanea pervade ogni personaggio, dediti a un culto della personalità che sconfina nel delirio di onnipotenza. Ed è nel testo che prelude a questa comitragedia dai ritmi serrati che l’autrice fornisce la chiave della sua terna di morality plays, con l’augurio che al termine della notte una aurorale armonia ricompaia al nostro orizzonte.

                                                                                                                       

             Maria Innuzzi

                                                                                                                        Giornalista e critica teatrale