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Recensione de “Il Gioco dell’Epidemia” di Eugène Ionesco

In una città qualsiasi all’improvviso scoppia un’epidemia. La gente muore senza motivo e a nulla servono i drastici provvedimenti messi in atto dall’autorità municipale. In un contesto simile, Ionesco mette in moto la propria inesorabile macchina teatrale. Formalmente si tratta della rivisitazione di un tipo di sacra rappresentazione, la “danza macabra”, che trasportata nel Ventesimo Secolo acquista l’aspetto di macabro bilancio di un’epoca, nella quale molto si è detto, molto si è agito, e molto si è ucciso.
Questo secolo ha celebrato un vero e proprio trionfo della Morte che, ci dice Ionesco, toglie significato a concetti importanti e universali, come amicizia, amore, ideale; ogni azione, ogni speranza è vana di fronte alla morte è l’uomo rimane solo, un essere gettato in un mondo che non comprende. Il varco che ci porta nell’Assurdo è qui costituito dall’evento improvviso e ineluttabile dell’epidemia, che fa percepire all’individuo la vacuità dell’esistenza, distrugge i suoi falsi miti di eterna giovinezza, smaschera in definitiva le sovrastrutture ideologiche, comportamentali e i relativi portati linguistici, con cui gli esseri umani cercano di coprire il triste pensiero della Fine. Di fronte alla morte nulla ha più senso, e tutti tendono verso un comportamento in cui riaffiorano le pulsioni primordiali, bestiali, dettate e guidate dall’istinto primario di conservazione.
Tutti i pilastri morali o ideologici con i quali crediamo di dominare la nostra esistenza vengono passati in rassegna e come sempre in Ionesco, l’eccesso di senso produce nonsenso.
Tutti parlano nel “gioco” dell’epidemia, c’è chi ne dà una giustificazione metafisica, chi tenta di porvi rimedio come può, chi cerca di approfittare della situazione per soddisfare la propria sete di potere.
In questo lavoro, che vide la luce ben diciannove anni più tardi di “La cantatrice chauve”, si registra un cambiamento nello stile linguistico dell’autore. C’è ancora l’uso del luogo comune come diaframma semantico sul baratro del Nonsenso, c’è ancora la frase di circostanza che vuole nascondere il Vuoto, ma la parola si fa più diretta, il discorso meno destrutturato, a voler significare l’inutilità della sovrastruttura di fronte alla nuda verità della morte.
Il messaggio ioneschiano si rivela molto chiaramente nel discorso degli anziani coniugi, nel quale la spinta vitale, l’entusiasmo della giovinezza vengono riconsiderati alla luce di una sconsolata vecchiaia, che lascia l’amarezza dello sforzo vano, il cui unico risultato è il nulla, “rien d’autre que le rien”.
La regia di Marina Spreafico è perfetta per il lavoro di Ionesco proprio quando coglie lo sguardo stupito dell’autore nei confronti della complessa molteplicità del mondo, che si presenta talvolta in forma di tragedia grottesca, talvolta come farsa tragica, sempre come concitata azione scenica, in cui noi tutti interpretiamo un ruolo, recitiamo una parte più o meno importante.
L’allestimento del Teatro Arsenale è in linea sia con la sostanza che con la forma della visione porno italiano; vengono rispettati ed esaltati la vitalità e il dinamismo del testo, che di volta in volta è burlesque, tragedia, struggente confessione.
La recitazione degli attori, i costumi, le musiche sono tutti elementi che vogliono giustamente sottolineare la godibilità dell’evento scenico, cosa da non sottovalutare se si vuole far onore a Ionesco uomo di teatro, che non ha mai sacrificato l’aspetto ludico della rappresentazione teatrale in nome del messaggio, anche se buio e chiuso alla Speranza.