Brescia Oggi 21-01-2008 Schieppati e Residenza articolo 1
Brescia Oggi 21-01-2008 Schieppati e Residenza articolo 2
lunedì 21 gennaio 2008 cronaca pag. 12
GIANBATTISTA SCHIEPPATI. Una laurea in informatica e
una «passionaccia» per la letteratura che lo ha portato a
lavorare anche per il teatro
Un ingegnere della scrittura
di Gian Battista Muzzi
Gianbattista Schieppati è nato nel
1970 ed è laureato in ingegneria
elettronica a indirizzo informatico.
Da due anni ha fondato una società
nel settore e sembra che il lavoro
vada per il meglio; ma non è
sempre stato così. Anche perché il
Gianbattista di oggi non è quello di
ieri e domani, forse, non sarà né
l’uno né l’altro. Tutto questo a causa
della passione o della mania, direi,
di scrivere. Provate voi a coniugare
la professione e una passione, che vi
travolge dalla mattina alla sera e vi
tiene impegnato il cervello anche quando dormite.
«È il mio lavoro che mi fa campare. Fino a due anni, invece, fa era la mia croce
perché toglieva spazio a tutto il resto. Mi riempiva la vita al punto che me la
toglieva: non avevo tempo per fare altro. Io sognavo di poter scrivere e di
vivere di scrittura. Ho provato ed ho scoperto quanto sia difficile e non sia
neanche così interessante. Carmina non dant panem, con le lodevoli eccezioni.
Ho impiegato un po’ di tempo, ma poi l’ho capito. Ricordo d’essere andato da
un medico perché mi sentivo un po’ stressato: lavoravo durante la giornata e la
sera mi mettevo a scrivere. Tra l’altro devo dire che la scrittura mi prova
fisicamente. Il medico mi diede la sua soluzione invitandomi a ridurre lo stress
e cambiare ritmi di vita. Io, proprio in quel tempo, stavo scrivendo un romanzo
sperando di avere successo, imitando coloro che con un best seller guadagnano
parecchio e modificano il ritmo della loro vita. Ho risposto al medico che stavo
appunto cercando di cambiare ritmo di vita e questo era il mio stress».
Molti hanno questa passione. Però, giunti all’età del lavoro e della famiglia,
mettono la testa a posto…
«Come tutti mi ero dilettato durante le scuole medie e durante l’adolescenza a
scribacchiare. Ripresi a scrivere solo verso la fine dell’università. Ho fatto
ingegneria informatica, che pur non essendo artistica, penso sia tra le branche
più creative dell’ingegneria. Se devi creare un programma e vuoi raggiungere
un obiettivo ti puoi sbizzarrire nella creatività inventando il processo che ti
porta alla finalità per la quale ti sei mosso. La scrittura, invece, è un’altra
realtà; se ti metti a scrivere per un obiettivo mentre scrivi diventi un’altra
persona e quindi scopri quanto scrivi mentre lo scrivi e, mentre ti meravigli di
quello che produci, scopri anche qualcosa di te stesso. Il mio primo testo è stato
un racconto lungo che ha annoiato moltissimo i miei amici».
La scrittura abbisognerebbe di una seria preparazione.
«Appunto, per questo non volevo essere l’improvvisatore o lo scrittore che si
reputa tale solo perché scrive e non sa mettere insieme una frase, non sa chi
sia un personaggio piuttosto che una relazione. Faccio le cose perché voglio
costruire; perciò ho cominciato a studiare la scrittura e a leggere manuali di
scrittura; studiavo non per il piacere, ma per conoscere le varie tipologie di
scrittura e anche le correnti. Mi dicevo: se voglio fare una cosa devo saperla
fare. E mi sono messo ad approfondire gli aspetti della scrittura con un
approccio ingegneristico».
Con quali risultati?
«Mi sono sperimentato nel romanzo e ho scritto Spaperopoli. Questo impegno
mi ha portato via tre anni della seconda frazione della vita (quella dedicata alla
mia passione). Devo dire, però, che ho avuto una soddisfazione: sono stato
finalista, nel 2005, al Premio Calvino ed il romanzo mi è stato pubblicato».
Negli anni precedenti al romanzo si era completamente ritirato dalla scrittura?
«No, avevo anzi cominciato a provare la necessità di relazionarmi con altri che
amavano fare le mie stesse cose; ho cominciato a frequentare il Gruppo delle
Lucertole, a fare un po’ di teatro; eravamo un gruppo che improvvisava. Lì ho
conosciuto Davide D’Antonio, che è l’attuale regista ed anima del Teatro
Inverso con il quale, come per magia, dopo un paio di mesi, ho incominciato a
scrivere uno spettacolo ed insieme abbiamo fondato questa associazione.
S’aggiunse Giovanni Zani e nacque il Teatro Inverso che, adesso a distanza di
dieci anni, sta finalmente avendo una certa importanza a Brescia tra i gruppi
teatrali di ricerca. Dopo aver conosciuto Davide D’Antonio ho cominciato a
scrivere, a scoprire questo grande mondo della scrittura teatrale totalmente
diverso da quello della scrittura letteraria. Scrivi da solo, ma non sai dove
arrivi; quando hai creato scopri che il tuo risultato diventerà altro perché sarà
affidato alle mani altrui. Questa è la magia del teatro. Se poi il teatro lo fai con
persone di cui ti fidi; se scrivi un monologo pesantissimo e l’attore lo mette in
una forma diversa, ne cambia il linguaggio al fine di inserirlo in un contesto
diverso alleggerendolo… è una magia. Il teatro mi ha aiutato a scrivere per
dieci anni e passa nonostante la fatica dell’altra vita. Infatti avevo i miei amici
che ogni tanto mi venivano a tirare la giacca ricordandomi che c’erano le
scadenze da rispettare. Se non ci fossero stati loro in questi dieci anni avrei
scritto un solo spettacolo. Infatti, Spaperopoli, di 150 pagine, l’ho scritto in tre
anni».
IL PROGETTO. Il Teatro Inverso tende a creare relazioni
con altri gruppi, con l’obiettivo di espandere la cultura
del «teatro di ricerca»
«Con i fondi della Cariplo
è nata la Residenza»
Il panorama culturale bresciano
brulica di gruppi teatrali che
nascono, soffrono e muoiono.
Ognuno ha una sua proposta, un suo
modo di lavorare… la mancanza di
finanziamenti tarpa le ali alla
proposta culturale. Voi come
sopravvivete?
«Un problema del teatro, per lo
meno per come lo vedo io, è questo.
L’ultimo mio spettacolo “Lividi” è
stato visto ed apprezzato da molti;
avrebbe bisogno di essere diffuso;
invece dopo quattro repliche è già
finito, non ha futuro né fruibilità.
Certo il prodotto sarà stato
confezionato male, avrà mille difetti
tra cui i costi… Non so cosa sia…».
Non toccherà certo alle istituzioni
foraggiare le iniziative private,
anche se culturali…
«Il Teatro Inverso è l’unica
compagnia professionista di
produzione e di organizzazione teatrale di Brescia regolarmente riconosciuta
dalla Regione Lombardia (legge 58 com.A3) (teatro stabile a parte). Dal 1998
la sua attività è cresciuta esponenzialmente grazie alla cooperazione con Teatri
ed enti provinciali, regionali e nazionali. Teatro Inverso si adopera per
ricercare una nuova formula organizzativa capace di affrancare il gruppo dai
finanziamenti statali che hanno sempre soffocate le compagnie italiane ed al
contempo che garantisca una continuità lavorativa.
Primum vivere, deinde philosophari.
«È quanto stiamo facendo. Nell’ambito di un progetto tendente a creare
relazioni con altri gruppi non solo bresciani siamo riusciti a convincere la
Fondazione Cariplo a finanziare il nostro progetto che intende collegare le
Residenze Lombarde».
Cosa è una Residenza?
«Gruppi teatrali lombardi, tra i quali Teatro Inverso, hanno un cospicuo
finanziamento da parte della Fondazione Cariplo per creare delle Residenze
nelle varie città. Residenza significa avere uno spazio, significa avere un
programma, mentre la Cariplo e altri Enti danno delle sovvenzioni affinché si
crei un tessuto connettivo, che ha come obiettivo la drammaturgia e la
produzione di nuovi spettacoli e creare eventi di formazione espandendo la
cultura teatrale nell’ambito del teatro di ricerca delle nuove compagnie. I
finanziamenti sono al 50% dell’ammontare dell’operazione complessiva.Per
noi, tutto questo, è stato un grande risultato, molto importante».G.B.M.
